Ne ho scritto oggi, pubblicando un dossier a pag.13 dell’unità.
Vi riporto l’articolo:
Donne giovani, madri, calabresi e con la voglia di collaborare, di liberare se stesse e la vita dei figli dalla morsa della ‘ndrangheta. Donne che si innamorano dell’uomo sbagliato e che per questo firmano la loro condanna a morte. Uccise dall’acido o vittime di lupara bianca. Alcune sono sparite nel nulla e la cronaca le ha dimenticate, forse rendendo un favore a chi le ha messe a tacere per sempre.
Ma poi le bocche si aprono e la verità, pian piano, aiuta a ricostruire casi irrisolti.
Sono passati diciotto anni, da quando una donna di venticinque anni, madre di quattro figli, Angela Costantino, sparì nel nulla. Le indagini della squadra mobile di Reggio Calabria hanno accertato che si trattò di omicidio e non di un suicidio, come molti indizi sparsi avevano voluto lasciar intendere. L’ordine di farla sparire sarebbe partito dalla stessa famiglia del marito per vendicarlo. Era sposata con Pietro Lo Giudice pregiudicato e figlio del boss dell’omonima cosca, Giuseppe. Scomparsa dal 16 marzo del 1994. Aveva intrapreso una relazione extraconiugale seria, a quanto pare, visto che aveva scoperto di aspettare un figlio. E la ‘ndrangheta si sa, non è indulgente con chi tradisce la famiglia. Chi l’aveva vista per ultima, aveva confermato che stava raggiungendo suo marito detenuto in carcere a Palmi, per fargli visita. Ma a Palmi non arrivò mai. Fu ritrovata soltanto la sua auto, una Fiat Panda. La ricostruzione è avvenuta grazie a tre pentiti, fra cui Maurizio Lo Giudice. E ciò che è emerso è che la donna non si uccise, non fuggì con nessun uomo. Fu strangolata e il suo cadavere poi occultato. Sono ritenuti responsabili in concorso fra loro dell’omicidio della donna, Vincenzo Lo Giudice, il cognato Bruno Stilo e il nipote Fortunato Pennestrì.
Il caso riporta alla mente una vicenda omologa. Annunziata Pesce sparì nel 1981. Era sposata con Antonio Zangari e figlia di Salvatore Pesce, fratello del boss Peppe. Dopo trentanni parla di lei, la pentita Giuseppina Pesce, sua parente, le cui testimonianze si stanno dimostrando preziose per le indagini sulla cosca di appartenenza. Annunziata non meritava indulgenze perché aveva minato l’onore della famiglia due volte. La prima perché aveva tradito suo marito. La seconda perché si era innamorata proprio di un giovane carabiniere, in servizio alla stazione di Rosarno con il quale era scappata. I due vennero ritrovati sul lungomare di Scilla e mentre il carabiniere verrà trasferito in un’altra città, al riparo da possibili ripercussioni, della donna non si saprà più nulla. Con sentenza del Tribunale di Palmi del 16 novembre del 1999 venne dichiarata la morte presunta della donna.
A decidere di ucciderla nell’aprile del 1981, secondo la testimonianza di Giuseppina, sarebbe stato il boss Giuseppe Pesce e l’esecuzione sarebbe avvenuta sotto gli occhi di suo fratello: Antonio Pesce. Forse la sua presenza era stata fondamentale per rendere il messaggio più chiaro a tutti: nessuno sconto per chi tradirà i nostri codici. Per chi tradirà la famiglia.
Si poteva evitare che passassero trentanni o anche diciotto, senza sapere la verità? A nessuno importava davvero di loro? Donne dimenticate. Nate, vissute e morte. Apparentemente per nulla. Errori che non devono ripetersi e di cui si deve parlare. Santa Buccafusca, detta Tita, è morta ingerendo acido muriatico. Moglie di Pantaleone Mancuso, più grande di tredicianni, boss di Nicotera, detto Luni Scarpuni anche per distinguerlo da altri due soggetti e parenti chiamati Pantaleone Mancuso: uno zio soprannominato don Luni e un cugino- soprannominato l’ingegnere. Tutti e tre coinvolti nella indagine Dinasty. Si sarebbe tolta la vita ingerendo acido muriatico il 16 aprile del 2011, in casa, in via Murat1. Aveva deciso di collaborare e il 14 marzo 2011 si era presentata con suo figlio di pochi mesi, nella caserma dei carabinieri di Nicotera. L’avevano spostata negli uffici della Dda di Catanzaro. Alcuni dei suoi familiari, nel frattempo, si erano rivolti alla caserma del loro paese con una documentazione medica per dimostrare l’instabilità psichica di Tita e dunque la sua inattendibilità nel caso avesse deciso di “raccontare”. Qualcosa o qualcuno è riuscito a indurla a tornare sui suoi passi, dopo pochi giorni. Perché decise di interrompere la sua collaborazione. Non solo. Per qualche strana ragione, ancora ignota agli inquirenti, si è suicidata ed è morta all’ospedale di Reggio Calabria dopo due giorni, il 18 aprile del 2011.
Le indagini per scongiurare che qualcuno possa averla indotta al suicidio, come nel caso di Maria Concetta Cacciola avvenuto qualche mese dopo, sono ancora aperte. Ciò che è urgente che si stabilisca, oltre ad accertare eventuali responsabilità, è che non restino storie isolate. Che si costruisca una rete di informazione, di sostegno, di assistenza psicologica anche, e non solo legale. Affinchè nessuna donna pensi di non avere altra via di uscita dalle mafie, dal dolore, se non la morte. E affinchè si rintracci anche un’altra donna, Barbara Corvi che per una tragica coincidenza è la cognata di Angela Costantino. Aveva trentacinque anni quando non fece mai più ritorno a casa il 27 ottobre del 2009 ad Amelia, in provincia di Terni. Era sposata con Roberto Lo Giudice, altro fratello di Pietro. Non c’è alcuna prova che sia stata uccisa. Magari è scappata, impaurita da qualcosa. Magari avrebbe bisogno di sapere che se tornasse sarebbe al sicuro. O magari avrebbe bisogno che qualche altra bocca si aprisse e che mettesse fine a questa mattanza di donne.