Vi voglio riportare in un piccolo paese della lucania Valsinni in provincia di Matera. Trascorreva la sua esistenza rinchiusa nelle mura del suo castello una giovane poetessa, vissuta nel 1500. Per tutta la sua breve vita non vide che le stanze della sua dimora. Isolata intellettualmente, scriveva poesie Isabella Morra, e sognava un futuro diverso. I suoi fratelli intercettarono delle lettere fra Isabella e la sua unica amica Antonia Caracciolo. Pensando che dietro il nome della donna si celasse quella del marito, il nobile spagnolo Diego Sandoval De castro, essendo loro filofrancesi, un po’ per onore, un po’ per politica, uccisero prima brutalmente la sorella e poi l’uomo. La legge lì punì solo per l’omicidio del nobile, non della povera sorella Isabella. Il codice d’ore del XVI infatti, sosteneva che era ammissibile lavare con “il sangue il disonore recato alla famiglia, specie se da una donna”. Quale disonore avesse arrecato la poetessa, non è dato saperlo. Ciò che la legge non permetteva, invece, era l’omicidio di un uomo di rango superiore.
Ripeto: siamo nel 1500.
Il corpo di Isabella, 26 anni, non fu mai trovato. Diverse fonti sostengono che fosse stata picchiata a morte, altre pugnalata, altre murata viva. Ma si dice che ancora il suo fantasma aleggi fra le mura della città…ed è per questo che da anni, medium da tutto il mondo, arrivano in Basilicata per cercarla…
“D’un alto monte onde si scorge il mare miro sovente io, tua figlia Isabella… Ma la mia adversa e dispietata stella non vuol ch’alcun conforto possa entrare nel tristo cor… Contra Fortuna alor spargo querela, cd ho in odio il denigrato sito, come sola cagion del mio tormento.”
Le sue rime tormentate vennero scoperte da Benedetto Croce e pubblicate naturalmente post mortem. Ed è così, che una giovanissima poetessa fece conoscere sé e la sua terra in anni di briganti…in anni in cui già l’onore e la politica potevano condizionare sorti umane. Era il 1546.
Vi sembra così lontano?
Proseguiamo il nostro itinerario fra luoghi e storie di donne straordinarie, extra ordinarie. Senza sentire la distanza da certe lotte. E visto che non c’è futuro senza memoria vi parlerò delle Madri di Plaza de Mayo, associazione formata dalle madri delle migliaia di desaparecidos e nonne di quei bimbi nati dai dissisenti e sequestrati senza mai conoscere la loro origine o vera famiglia. I dissidenti sono scomparsi durante la dittatura militare in Argentina tra il 1976 e il 1983. La prima immagine che viene in mente quando si parla di loro è il simbolo: il fazzoletto bianco annodato sulla testa, in segno di protesta. Si riuniscono per rivendicare la scomparsa dei loro figli, da oltre un trentennio, ogni giovedì pomeriggio nella celebre piazza di Buenos Aires, Plaza De Mayo, da cui prendono il nome e la percorrono in senso circolare, attorno alla piramide che si trova al centro, per circa mezz’ora.
Las locas, le chiamavano i militari. Le pazze.
Hebe de Bonafini*
“Sono una Madre di Plaza de Mayo. cosa significa essere madre?Quando i miei figli maggiori cominciarono la loro militanza rivoluzionaria, il mio cuore cominciò a battere in modo diverso e cominciai a capire tante cose e ad abbandonare l’egoismo che è proprio di ogni madre. I miei figli cominciarono a non tornare a casa la domenica all’ora di pranzo, nel patio si facevano lunghe riunioni che finivano con canti che non conoscevo.Per me, essere madre ha significato accogliere nel mio grembo i miei bambini e farli nascere, e poi accoglierli di nuovo – nel mio grembo e nel mio cuore – quali militanti rivoluzionari. Così, lentamente, cominciai ad avvicinarmi alla nuova vita che era entrata nella mia casa, portando con sé tanti giovani. Ma un giorno terribile, fatale – avevo da poco compiuto 49 anni – sequestrarono il mio figlio maggiore.Nel febbraio 1977 misi per la prima volta piede nella Plaza de Mayo.La piazza diventò per me l’alimento indispensabile per sopportare il dolore, la rabbia, l’amarezza. Comunicare con le compagne ci dava serenità; quando ci incontravamo, ci abbracciavamo a lungo l’un l’altra, finché – parlando – non cominciavamo a marciare. Essere «Madri di Plaza de Mayo» è oggi il nostro orgoglio più grande, è fare quello che i nostri figli volevano fare. Ogni sera sento le loro voci, i loro canti, i loro passi all’alba, i loro andirivieni, le prove teatrali che facevano al Nacional, e vedo la pila dei loro libri, la loro università… il nostro fazzoletto bianco è il loro abbraccio e quello della piazza; marciare ogni giovedì è per noi partorire vita ogni settimana. Ad ogni marcia, continuiamo a dare vita ai nostri figli, con il latte tiepido e nutriente che non finisce mai: quello della lotta per la vita che sconfigge la morte.
Hebe de Bonafinia Stacco
Restiamo in Argentina, tornando indietro nel tempo.
Da Alfonsina Storni. Il suo nome vuol dire: donna disposta a tutto. E così fu. Fra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 Alfonsina divenne sarta, operaia, lavapiatti, attrice e poi giornalista, femminista, ragazza madre moderna, socialista. Amò senza cedere alla tradizione, quindi non si sposò. A vent’anni diventò madre di Alejandro. Dopo essersi ammalata di cancro, a quarantasei anni decise di togliersi la vita, nel Mar della Plata.. Nell’albergo dove alloggiava lasciò una lettera all’amato figlio Alejandro la sua ultima poesia, “Voy a dormir” “vado a dormire…mettimi giù…”Questa non è la storia di un suicidio. Questa è la storia di una scelta, libera, di separarsi dalla vita, perché stanca, ma dopo averla intensamente amata e vissuta.
« Chi è colui che amo? Non lo saprete mai. Mi scruterete gli occhi per scoprirlo e non vedrete mai che il fulgore dell’estasi. Io lo imprigionerò perché mai sappiate immaginare chi ho dentro il mio cuore, e lì lo cullerò, silenziosamente, ora dopo ora, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Vi darò i miei canti, ma non il suo nome. Lui vive in me come un morto nella sua tomba, tutto mio, lontano dalla curiosità, dall’indifferenza, dalla malvagità. »
Donne che hanno scelto di raccontare la cultura del proprio popolo, mettendosi in gioco, regalando ai lettori, al pubblico, la parte più intima di sé e anche più generosa: il talento.
Ci sono tre cose per le quali sono venuta al mondo e ci sono tre cose che avrò nel cuore fino al giorno della mia morte: la speranza, la determinazione e il canto. (Miriam Makeba)
Miriam Makeba, interprete conosciuta soprattutto per Pata Pata. Mamma Afrika però, è stata anche molto altro. Impegnata contro il regime dell’apartheid delegato alle Nazioni Unite. Miriam Makeba è morta improvvisamente nella notte fra il9 e il 10 novembre 2008 per un attacco cardiaco. Si trovava a Castel Volturno, dove, qualche ora prima, si era esibita in un concerto contro la camorra.
Castel Volturno e Africa. Rivolta degli immigrati, immagino il binomio vi sia familiare. Quando si parla di Africa, qual è il primo pensiero che ci viene in mente oggi? Immigrazione. Prostituzione purtroppo. L’italia ha una grossa responsabilità nel ruolo di isola felice per lo sfruttamento della prostituzione. E’ un punto di smistamento delle donne che arrivano dall’europa orientale e dall’africa.
Io ho conosciuto una donna. Isoke Aikptani, bellissima. Alta, fiera. Era una ragazzina piena di sogni in nigeriana, prima di arrivare, in italia, a svolgere un lavoro molto diverso da ciò che le avevano promesso.Le donne, come lei, portate in italia con false promesse, non sono prostitute. Sapete cosa ho scoperto ascoltando la sua storia? Al di là delle barriere etiche e delle sovrastrutture che ci creiamo per colpa di chi ha mescolato eros, vizio, prostituzione, pornografia…in un unico calderone per farci distrarre. Che sono prostituite, sono schiave, non prostitute. La prostituzione è un business per le mafie. queste giovani donne, rinunciano ai propri sogni in cambio di guadagni da inviare alle famiglie che pur di arricchirsi, iniziano a disinteressarsi del modo in cui vengono guadagnati quei soldi e cambiano…e rinnegano e abbandonano. Sono costrette a prostituirsi anche durante la gravidanza. Maltrattate, uccise, violentate per iniziazione, vittime dello sfruttamento, vittime delle maman, vere e proprie matrone senza scrupoli che le costringono a ripagare un debito – fra l’altro altissimo- alla persona che le ha comprate dalla famiglia, includendo voci e spese continuamente: biglietto aereo, alloggio, vitto, preservativi… cure mediche, abiti. ogni cosa. Il tutto aggravato dal terrore dei riti vodoo.
Prima di giudicarle, prima di voler sadicamente il loro ritorno in patria, pensate per prima cosa che esiste la prostituzione perché esiste il consumatore. Il consumatore è italiano.
Prima di puntare il dito, pensate ai loro bambini. vivranno come cani rinchiusi in camerette, senza vedere l’aria, senza giocare con altri bambini per sfuggire agli assistenti sociali.
“E’ passato tanto tempo e sono ancora qui. Sono viva. E questo già di per sè è un gran miracolo Sono partita per l’Europa da Benin City. E’ passato del tempo e non sono più sulla strada. Ho avuto un permesso di soggiorno come badante. A marzo mi sposo. Sto pensando di avere un figlio. sono ancora viva. Fuori. Ma se mi chiedi: come stai dentro: ecco. francamente dico: non lo so. La cosa più brutta è la vita che fanno i nostri bambini. non vanno all’asilo. Non vanno a scuola. Non vanno nemmeno guori per la strada, per paura che qualcuno chiami i servizi sociali. Così questi piccoli non giocano mai con altri bambini, se non con quelli che sono prigionieri come loro. Bambini che non escono mai di casa, che non sanno cos’è la pioggia o il sole. Abeo aveva 4 anni e sembrava un vecchio. Un vecchio e povero cane dentro la cuccia”
Per loro non c’è speranza. Tariffario approssimativo alla mano, La prestazione media di una prostituta nigeriana è di 20 euro. La più bassa. Queste sono le donne che Isoke sta cercando di salvare anche grazie al coraggioso racconto della sua agonia.Dopo questa storia io ho promesso a me stessa che non avrei mai smesso di ricordare. Chi scende in campo, come Isoke, come mama africa, per cambiarlo un po’ questo stato e chiedere ai colpevoli di assumersi le proprie responsabilità.
“Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli” (Martin Luther King)
Restando in ambito internazionale vorrei presentarvi una ragazzina che riuscì, con il suo discorso ad ammutolire il mondo per 6 minuti nel 1992, chiedendo alla Nazioni Unite di cambiare il loro modo di agire.
“Buonasera, sono Severn Suzuki. Siamo un gruppo di ragazzini di 12 e 13 anni e cerchiamo di fare la nostra parte.
Sono a qui a parlare a nome delle generazioni future, a nome dei bambini che stanno morendo di fame in tutto il pianeta e le cui grida rimangono inascoltate. Ero solita andare a pescare a Vancouver, la mia città, con mio padre, ma solo alcuni anni fa abbiamo trovato un pesce pieno di tumori. E ora sentiamo parlare di animali e piante che si estinguono, che ogni giorno svaniscono per sempre.Nella mia vita mia ho sognato di vedere grandi mandrie di animali selvatici e giungle e foreste pluviali piene di uccelli e farfalle, ma ora mi chiedo se i miei figli potranno mai vedere tutto questo. Quando avevate la mia età, vi preoccupavate forse di queste cose? Io sono solo una bambina e non ho tutte le soluzioni, ma mi chiedo se siete coscienti del fatto che non le avete neppure voi. Non sapete come si fa a riparare i buchi nello strato di ozono, non sapete come riportare indietro i salmoni in un fiume inquinato, non sapete come si fa a far ritornare in vita una specie animale estinta, non potete far tornare le foreste che un tempo crescevano dove ora c’è un deserto. Se non sapete come fare a riparare tutto questo, per favore smettete di distruggerlo. Qui potete esser presenti in veste di delegati del vostro governo, uomini d’affari, amministratori di organizzazioni, giornalisti o politici, ma in verità siete madri e padri, fratelli e sorelle, zie e zii e tutti voi siete anche figli. Due giorni fa, qui in Brasile un bambino di strada ci ha detto: “Vorrei essere ricco, e se lo fossi vorrei dare ai bambini di strada cibo, vestiti, medicine, una casa, amore ed affetto”. Se un bimbo di strada che non ha nulla è disponibile a condividere, perchè noi che abbiamo tutto siamo ancora così avidi? Non posso smettere di pensare che potrei essere un bambino in una favela di Rio, o un bambino che muore di fame in Somalia, una vittima di guerra in medio-oriente o un mendicante in India. A scuola, persino all’asilo, ci insegnate a non litigare con gli altri, a risolvere i problemi, a rispettare gli altri, a rimettere a posto tutto il disordine che facciamo, a non ferire altre creature, a condividere le cose, a non essere avari. Allora perché voi fate proprio quelle cose che ci dite di non fare?”
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In Italia, il valore della memoria, l’ho scoperto tempo fa, grazie ad una ragazzina siciliana. Rita Atria. Viveva a Partanna, provincia di Trapani quando ad 11 anni il padre, don Vito, pacere, mafioso, viene ucciso per motivi legati alla sua organizzazione.Sono gli anni in cui i cortonesi prendono piede in Sicilia. L’omicidio si compie due giorni dopo il matrimonio di suo figlio Nicola. Rita si lega a suo fratello Nicola, mafioso anche lui, del quale diventa confidente. Ha 16 anni Rita, quando anche suo fratello viene ammazzato davanti alla moglie, Piera aiello, che decide di diventare testimone di giustizia. Ed è per giustizia e forse anche un po’ per vendetta, che talvolta coincidono in una parte inconsapevole di chi subisce simili traumi, che a soli 17 anni, saluta la sua amata madre, il suo fidanzatino che sta per diventare un picciotto, con lo zainetto sulle spalle, non si dirige a scuola, ma da un giudice a cui si legò come al padre mai vissuto: Paolo Borsellino. “ Mi chiamo Rita Atria e mi presento alla signoria vostra per fornire notizie e circostanze legate alla morte di mio fratello e all’uccisione di mio padre” Le deposizioni delle due donne aiutarono ad avviare molte indagini fra cui quella sul politico Vincenzino Culicchia, per 30 anni sindaco di Partanna. Rita va ad abitare in una città troppo grande, Roma. Ogni tanto ha paura. Le manca sua madre Giovanna che si vergogna di lei. “Io sono solo una ragazzina…scrive nel suo diario”. Rita Atria, dopo l’omicidio di Paolo Borsellino si sentirà perduta.
Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combarrete la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi.Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta.
Rita Atria, a soli 17 anni, il 26 luglio 1992, si getta dal balcone di casa sua dal penultimo piano di una palazzina romana …dopo 1 settimana dalla strage di via D’amelio. Sua madre, al cimitero, distrusse la sua lapide a martellate.
Vorrei dedicare a Rita e a voi, in chiusura, una canzone di Rosa Balestreri, considerata la Voce della Sicilia, scomparsa nel 1990. La storia che leggerete apparentemente vi può sembrare colma di disgrazie, disavventure…Io considero Rosa, una delle poche portatrici di pena, sane. Sane nel senso di fierezza, di dignitosa resistenza e di rivalsa ultima. Sentite: fin da bambina aiutava suo padre, falegname, a riparare le sedie. a Licata. A piedi nudi lo seguiva per i paesini cantando per passare il tempo o per non sentire la fatica, con la sua voce rauca. Fin da bambina accettò di lavorare e svolse tutto con devozione. perfino le mansioni più umili. Andò a servizio, lavorò nella conservazione del pesce. SI innamorò di un giovane,ma non avendo il corredo dovette accontentarsi a 16 anni di sposare “Iachinuzzu“, che lei definì “latru, jucaturi e ‘mbriacuni“. Per quel marito, che perdette al gioco il corredo della loro figlia, finì in galera. Sola con una figlia, iniziò a vendere lumache, capperi, lavare vetri. A servizio a Palermo da una famiglia nobil rimase incinta del padrone, scappò, rifinì in prigione e visse da nomade. Il figlioletto nacque morto, ma lei si rialzò nuovamente, come sempre. La sua movimentata pur sempre dignitosa vita fu sempre costellata da musica, canto consolazione. Incontrò il pittore Manfredi, con cui visse per dodici anni, che le diede tanto amore e la possibilità di conoscere grandi personaggi della cultura e dell’arte fino a quando non la lasciò per una modella. Tentò per questo il suicidio, ma poi, con sua figlia, decise di tornare a vivere in SIcilia. Non più come serva,ma come donna che visse di riscatto e di arte. Rosa si spense all’ospedale Villa Sofia a Palermo, colpita da un ictus cerebrale mentre partecipava ad uno spettacolo in Calabria.
(continuerà…)