I dati annoiano. Lo ammetto. Anche quando confermano un nostro timore. Anche quando dovrebbero aiutare a trovare soluzioni. Ma quelli che vi voglio sottoporre oggi, ci riguardano profondamente e nascondono anche le chiavi per riappropriarsi della nostra identità. Secondo il rapporto Smivez nel solo 2009 sono partiti del Mezzogiorno in direzione del Centro-Nord: 14200 persone dalla Calabria, 33.800 Campania; 23.700 provengono dalla Sicilia, 19.600 dalla Puglia).
Mi vengono in mente i Calabresi di Corrado Alvaro e quella dignità- al sommo di ogni pensiero - che non permette la resa. E altre storie speculari. Come quelle raccontate nel libro della scrittrice calabrese Angela Bubba (la più giovane finalista del premio strega 2010 con il romanzo la casa). Con lei parlo, mentre la intervisto per il nuovo libro “MaliNati”, della sensazione che provano i meridionali nel sentirsi “emigranti”. Come i miei nonni che abitavano in Calabria. Vittorio, originario della provincia di Avellino, un paesino arroccato nell’Irpinia, e Angelina. Abitavano a Crotone. Erano emigrati nel ‘37 in Africa per assicurare un futuro migliore alla loro famiglia, appena formatasi, e per inseguire il “sogno colonialista durante il fascismo”. Ma mio nonno, catturato ad Addis Abeba, finì per sei anni nei campi di prigionia inglesi in Kenya. Mia nonna, con suo figlio Gabriele di appena tre anni, fu internata in un campo profughi e rimpatriata, dopo un lunghissimo viaggio, con una nave della Croce Rossa internazionale. Vittorio, di cui non si ebbero più notizie per molti anni, rientrò in Italia soltanto nel 1946. Ma ormai il suo progetto di vita si era infranto e si ritrovarono senza più nulla fra le mani, solo qualche gioiello di famiglia. Le donne di famiglia cercarono di ricucire le delusioni dei mariti. Rimboccandosi le mani come poterono. Senza rivendicare la solitudine a cui erano state sottoposte con la guerra, i disastri, la povertà improvvisa. Angelina aveva studiato un’acconciatura strategica al fine di non far scoprire ciò che nascondeva. Le avevano requisito quasi tutto. Ma lei riuscì a trattenere alcuni gioielli che si trovavano nella in Etiopia. E li infilò fra i capelli. Aveva raccolto fra essi ciò che restava della sua vita. Fu grazie alla sua abilità che, ritornati, poterono ristabilire delle basi su cui rimettere in piedi le loro attività in Calabria. Vendendo quell’oro. I nonni erano infatti orafi da generazioni. Disegnavano gioielli. Mio nonno sapeva riparare orologi di ogni tipo, intarsiava il legno con disegni che non ho mai più ritrovato in nessuna bottega antica. Figurarsi in quelle contemporanee. E ci riuscirono con sacrificio, dolore, voglia di ricominciare. Come se non vi fosse nessuna alternativa possibile. Al lavoro, intendo. L’amore di Vittorio e Angelina, saldato dall’assenza e dal rispetto per ciò che avevano perduto in Africa, è stato un grande riferimento per mio padre prima, per noi poi. Mia nonna, durante la traversata che li riportò dall’Africa all’Italia, perdette l’udito a causa di una otite purulenta contratta nella stiva traboccante di gente. Soprattutto anziani, donne e bambini. Malgrado fosse rientrata completamente sorda, non perse la capacità di ascoltare nessuno. Compresi i miei racconti di bambina. Leggendo le mie labbra e il mio sguardo.
Penso a loro, a chi si sente emigrante una vita intera, a Kavafis e ai versi per la sua Itaca:” E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso gia` tu avrai capito cio` che Itaca vuole significare.”
Perché la nostra terra siamo noi. E’ il nostro patrimonio. Dovremmo ritornare tutti, prima o poi. E ripagare chi ci ha concesso radici e ali. Credo che questo periodo che qualcuno definisce soltanto “di crisi”, ci lascerà molto. Ho letto un bel pensiero di Erri De Luca oggi, sulla sua bacheca. Credo che sia la migliore delle conclusioni: “E’ un febbraio antico, le persone si danno una mano, i paesi si arrangiano da soli. La politica sotto la neve ridiventa servizio e sta nella domanda al vicino: di cosa avete bisogno?