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un’ora nella vita di Maria Concetta, pentita morta con l’acido

09 febbraio 2012

Nemmeno un’ora si potrebbe sopravvivere nel mondo di Maria Concetta Cacciola, testimone di giustizia calabrese. Aveva 31 anni. Anche lei non ce l’ha fatta a sopportare la pressione, il distacco dai figli, la paura di non essere compresa fino in fondo. Per la sua scelta di collaborare con la giustizia e ribellarsi alla famiglia mafiosa.

La notizia del suo suicidio, avvenuto ingerendo un litro di acido nel bagno della casa paterna il 20 agosto del 2011, aveva suscitato il mio interesse mesi fa. E ne avevo scritto, il 3 novembre, insinuando il dubbio che quel gesto, estremo, innaturale, fosse stato in realtà indotto. Soprattuto perché il suo non è stato un caso isolato. Altre donne, che hanno deciso di ribellarsi alle leggi delle famiglie ‘ndranghetiste, sono morte. Cancellate dallo stesso liquido letale. Simbolo, da sempre, di quella mafia vendicativa per antonomasia che ti ripulisce, agli occhi del mondo, dal peccato di aver tradito.

Oggi arriva la conferma che i suoi genitori e suo fratello sono stati arrestati perché responsabili ,attraverso reiterati atti di violenza fisica, (violenza e vessazioni psicologiche) di induzione al suicidio.

I colpevoli, sarebbero il padre, Michele Cacciola, cognato del boss Gregorio Bellocco, capo dell omonima cosca di ‘ndrangheta di Rosarno, tra le più potenti del litorale tirrenico. Sua mamma, Anna Rosalba Lazzaro e il fratello, Giuseppe.Trentanni.

La famiglia, secondo le indagini condotte dal Tribunale di Palmi, le impediva di uscire liberamente di casa e di avere amicizie, soprattutto da quando  il marito Salvatore Figliuzzi era detenuto in carcere per scontare otto anni per associazione mafiosa, condannato nell’ambito dei processi “Passo Passo” e “Bosco Selvaggio” . E la faceva pedinare.  Intorno al mese di giugno del 2010 Michele e Giuseppe, avendo appreso da lettere anonime che Maria Grazia aveva una relazione extraconiugale, le avevano fratturato una costola impedendole qualsiasi cura in ospedale, costringendola a rimanere chiusa in casa. La facevano clandestinamente.

Maria Concetta però, voleva liberarsi. Parlare, denunciare. Provare anche ad amare un altro uomo. Non uno sposato malgrado la sua volontà, giovanissima. Però temeva per i suoi tre figli. Che la rinnegassero, che non capissero la sua scelta o, peggio, che stessero dalla parte del padre. Scegliendo la via del male. Ecco perché, dal 27 luglio ai primi di agosto,  periodo in cui Maria Concetta si trovava in località protetta a Genova, in conseguenza della sua scelta di collaborare con la giustizia, i genitori avevano tentato di farla tornare con continue pressioni psicologiche.Volevano costringerla a fare ritorno a Rosarno e ritrattare le dichiarazioni rese all’Autorità giudiziaria. Il ricatto frequente era quello di non farle più vedere i figli.

E Maria Concetta era tornata. Per loro. Ma poi, anche per difenderli aveva preparato ogni dettaglio per ritornare nel sistema di Protezione. Ma qualcosa, alla vigilia della sua partenza, le ha fatto venire voglia di togliersi la vita.

Qualcosa. O Qualcuno.

Maria Concetta, poco prima di abbandonare la casa paterna e di collaborare, la prima volta, in direzione della località protetta aveva scritto una lettera a sua madre. Maggio.

“Non so da dove si inizia e non trovo le parole a giustificare questo mio gesto. Mamma tu sei mamma e solo tu puoi capire (…) ti affido i miei figli dove non c’è l’ho fatta io so che puoi inc… ma di un’unica cosa ti supplico, non fare l’errore mio… a loro dai una vita migliore di quella che ho avuto io, a 13 anni sposata per avere un po’ di libertà… credevo potessi tutto, invece mi sono rovinata la vita perché non mi amava né l’amo, e tu lo sai. Ti supplico non fare l’errore a loro che hai fatto con me… dagli i suoi spazi… se la chiudi è facile sbagliare, perchè si sentono prigionieri di tutto. Dagli quello che non hai dato a me. Ora non ce la faccio a continuare più voglio solo dirti di perdonarmi mamma della vergogna che ti provoco ma pian piano mi sono resa conto che in fondo sono sola, sola con tutti e tutto non volevo il lusso, non volevo i soldi.. era la serenità l’amore, che si prova, quando fai un sacrificio ma avere le soddisfazioni a me la vita non ha dato nulla che solo dolore, e la cosa più bella sono i miei figli che li porterò nel mio cuore, li lascio con dolore, un dolore, che nessuno mi ricompensa. Non abbatterti perché non lo farai capire ai miei figli datti forza per loro, non darglieli a suo padre non è degno di loro,stagli vicino ad Alfonso perché in fondo è stato sfortunato ne ha subito da piccolo.. è per questo ha il carattere in quel modo, le femminucce so che ti sentono e per questo sto tranquilla ma bada lui di più.. è più debole. Io vivrò finché Dio mi lascia ma voglio capire come si può trovare la pace in me stessa. Mamma perdonami ti prego ti chiedo perdono di tutto il male che ti sto provocando. Ti dico solo che dove andrò avrò la pace non mi cercate perché vi mettono nei casini. E non voglio arrivare dove sono arrivati gli altri, per stare in pace. Ora non riesco a parlare più so solo io quello e come la sto scrivendo ma non potevo lasciarti senza dirti e darti un saluto, so che non ti abbraccerò ne ti vedrò ma negli occhi ho solo te e i miei figli. Ti voglio bene.. mamma abbraccia i miei figli come hai sempre fatto e parlagli di me non lasciarli a loro non sono degni di loro di nessuno. Mamma Addio e Perdonami, Perdonami se puoi. So che non ti vedrò Mai perché questa sarà la volontà del Onore, che ha la famiglia per questo che avete perso una figlia Addio ti vorrò sempre bene Perdonami ti chiedo perdono. Addio”

 

La storia di Maria Concetta, quella di un’altra pentita Tita Buttafusca, trentotto anni, anche lei morta ingerendo acido muriatico e di Lea Garofalo, sciolta nell’acido a Milano, non devono restare cronaca.

Perché le donne devono testimoniare la voglia di cambiamento. Di diritto alla felicità, all’amore, alla vita dei propri figli senza condanne. di libero arbitrio. Solo la moltitudine non può essere soppressa, se non a guerra aperta. E quella, le mafie, non sono abituate a combatterle. Se non schiacciando, in gran segreto, i loro figli “peggiori”. Che noi chiamiamo speranza, bellezza e salvezza.

 

 

   
 
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